XIII SINODO ORDINARIO DELL'ORDINE CISTERCENSE
Roma, 24-30 settembre 2002






RIPARTIRE DAL VANGELO
PER DARE PRIORITA'
ALLA PASTORALE VOCAZIONALE



Intervento del Segretario della Congregazione per il Clero
S.E.R. Mons. Csaba Ternyák





Caro Abate Generale, cari Padri Abati e Padri sinodali,


1.   
rivolgo innanzi tutto un cordiale saluto a tutti voi, in questa Assemblea Sinodale che vi vede riuniti da diverse parti del mondo, anche per affrontare oggi un tema che è realmente di importanza cruciale per il futuro del vostro Ordine Cistercense, come lo è per l'intera Chiesa, quello cioè della pastorale vocazionale.
Per questo argomento l'Abate Generale mi ha invitato a partecipare e a dare un contributo di riflessione che, ben volentieri, a nome della Congregazione per il Clero, offro a voi tutti con la speranza che anche le mie parole possano essere di stimolo e di aiuto.
Indubbiamente la pastorale vocazionale è un ambito centrale nella dinamica pastorale della Chiesa, che sempre ha privilegiato questo delicato contesto







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della sua vita ecclesiale nel quale siamo chiamati ad impegnare rinnovate e fresche energie spirituali, che lo Spirito Santo sempre mette a disposizione di coloro che credono nella straordinaria efficacia del Vangelo, avendo in animo di obbedire alla Parola di Cristo viva ed eterna che, affidata alla Chiesa, inalterabilmente è tramandata da duemila anni di ininterrotta Tradizione.
Sono veramente grato a Dio di essere in mezzo a voi per ricevere e offrire un incoraggiamento a guardare avanti, a "prendere il largo", per trovare insieme lo slancio di imprimere uno stimolo creativo al lavoro pastorale da svolgere nel campo vocazionale. Se per assurdo non lo facessimo non saremmo imitatori di quel Gesù di Nazaret, che della pastorale vocazionale ha fatto una delle sue priorità di apostolato.
Proprio il Santo Padre Giovanni Paolo II ha rilanciato, con ripetuti appelli durante il suo Pontificato, l'invito a favore di una rinnovata pastorale delle vocazioni.
Penso qui, ad esempio, a quanto Egli ha scritto nella Pastores dabo vobis; proprio sull'esempio datoci dal Signore Gesù e testimoniato dal Vangelo, la Chiesa: "è sollecitata a decifrare e a percorrere il dinamismo proprio della vocazione, il suo svilupparsi graduale e concreto nelle fasi del cercare Gesù, del seguirlo e del rimanere con lui. La Chiesa coglie in questo « Vangelo della vocazione » il paradigma, la forza e l'impulso della sua pastorale vocazionale, ossia della sua missione destinata a curare la nascita, il discernimento e l'accompagnamento delle vocazioni, in particolare delle vocazioni al sacerdozio. Proprio perché "la mancanza di sacerdoti è certamente la tristezza di ogni chiesa", la pastorale vocazionale esige, oggi soprattutto, di essere assunta con un nuovo, vigoroso e più deciso impegno da parte di tutti i fedeli, nella consapevolezza che essa non è un elemento secondario o accessorio, né un momento isolato o settoriale" (PDV, n. 34).
Vorrei partire da questa riflessione per tracciare alcune piste di percorso, che ci servano per focalizzare la nostra attenzione sulla consapevolezza che la pastorale vocazionale "non è un elemento secondario o accessorio, né un momento isolato o settoriale", come

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ha affermato il Papa, ma "esige, oggi soprattutto, di essere assunta con un nuovo, vigoroso e più deciso impegno".
E' quanto ci proponiamo di fare anche noi, coscienti del mandato apostolico di Sua Santità, consegnato alla Chiesa, agli inizi del Nuovo Millennio, con quel "prendere il largo" (Lc 5, 4), che si attualizza anche in questa così qualificata Assemblea.
Nell'intenzione di mettere a fuoco pure la situazione della pastorale vocazionale all'interno del vostro Ordine, vi inserite nella dinamica pastorale del "Duc in altum", un invito a "prendere il largo", con le vele spiegate al soffio dello Spirito Santo, per gettare, più in profondità e in ampiezza, le reti della Chiesa, adempiendo in tal modo al mandato di Cristo risorto che, prima di ascendere al Cielo, comanda ai Suoi: "andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Mt 28, 19-20).
Non sarebbe stato possibile compiere tale universale mandato senza che quei discepoli fossero stati prima chiamati per nome a seguire Gesù, e senza che tutti gli altri, dopo di loro, avessero ascoltato e accolto lo stesso affascinante appello del Maestro: "seguimi" (Mt 9, 8).
Se ci sta a cuore il ministero ordinato, la bellezza della vita contemplativa e apostolica, che sgorga dalla scelta radicale di sponsalità, espressa attraverso i voti religiosi, se ci sta a cuore il "cuore stesso" della vita cristiana, che è eminentemente eucaristico, cioè consacrato interamente alla gloria di Dio e alla salvezza delle anime, è impensabile un futuro con sempre meno sacerdoti, con sempre meno vocazioni alla vita consacrata, dove risplenda sempre più fioca sugli orizzonti ecclesiali, quella luce che è invece di particolare bellezza e di fascino irresistibile perché si irradia da una vita interamente spesa per la sequela di Cristo.
Una tale prospettiva non può essere assolutamente presa in considerazione, come Giovanni Paolo II lo ha sottolineato più volte, anche in occasione dell'ultima Plenaria della Congregazione per il Clero, quando a proposito della scarsità delle vocazioni al sacerdozio e del clima di rassegnazione che a volte esse ingenerano, Egli ha

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parlato di errore fatale: "sarebbe errore fatale rassegnarsi alle attuali difficoltà, e comportarsi di fatto come se ci si dovesse preparare ad un Chiesa del domani, immaginata quasi priva di presbiteri." (Giovanni Paolo II alla Plenaria della Congregazione per il Clero, 23 novembre 2001).


2.   
Alla rassegnazione, allo scoraggiamento e all'abbattimento, bisogna contrapporre una dinamica di pastorale vocazionale veramente prioritaria; non c'è spazio nel cuore di un cristiano per la rassegnazione davanti alle difficoltà.
Purtroppo, da diversi decenni nella nostra società si va sviluppando un fenomeno che si allarga a macchia d'olio soprattutto tra i giovani, il fenomeno culturale del "non senso", del "vuoto", di una cultura che Giovanni Paolo II chiama "cultura della morte". Essa contribuisce non poco alla creazione di un clima cupo, a volte davvero opprimente, che pesa sulle nostre esistenze umane, come se vivessimo sotto un cielo oscurato da nubi minacciose, che impediscono la penetrazione della luce e del calore del sole.
Questa cultura così diffusa ha prodotto nell'uomo una mentalità, che di volta in volta si colora di materialismo, di nichilismo, di edonismo, di relativismo e di tanti altri "ismo" che non vengo qua ad elencare. Ideologie senza Dio che hanno spesso proclamato la "morte di Dio", implicitamente o esplicitamente, e che hanno portato invece alla "morte dell'uomo". Quanto più ci si allontana da Dio tanto più si precipita dentro quel "vuoto" provocato dall'uomo stesso, che arriva perfino a voler cacciare Dio dal proprio cuore, negandogli il "diritto di cittadinanza".
Forse anche noi, sia come singoli cristiani sia come comunità, abbiamo a volte sottovalutato l'insidia di questa cultura secolarizzata, abbiamo pensato che in qualche modo si potesse "addomesticare", o forse abbiamo sperato che il suo orizzonte non si chiudesse totalmente al trascendente e che i valori fondamentali non venissero da esso soffocati, come invece è avvenuto e progressivamente avviene. Il mondo, nel quale viviamo, come ci insegna la Gaudium et Spes, è un mondo che "si presenta oggi potente a un tempo e debole, capace di operare il meglio e il peggio, mentre gli si apre dinanzi la strada

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della libertà o della schiavitù, del progresso o del regresso, della fraternità o dell'odio" (GS, n. 9).
Si è così assistito, a volte, diciamolo pure, passivamente, alla crescita di modelli culturali assolutamente in contrasto con il Vangelo.
Pensiamo, solo per fare un esempio, alla pubblicità moderna che sempre più si diffonde attraverso i mass-media e che sfrutta la figura del "religioso/a", ridicolizzandola a tal punto da farne un "pagliaccio" da spot pubblicitario. E cosa pensare quando è Dio stesso che è sfruttato a tal fine dalla pubblicità! Inutile dire quanto e quale influsso questa pubblicità eserciti sul cuore dei giovani. I maestri della comunicazione sanno bene quanto è decisiva per la vendita di un prodotto la pubblicità, che a sua volta diventa però veicolo di messaggi spesso ambigui.
Mi sono permesso di fare questo esempio perché, in effetti, l'incedere rapido e subdolo di una tale cultura con i suoi "valori", o meglio detto "anti-valori", veicolata in misura massiccia dai mass-media, è come se ci avesse spiazzato.
Quando un torrente precipita a valle e diventa fiume in piena, se la diga non lo blocca, travolgerà senza pietà, per la violenza della sua pressione, chi trova sul proprio cammino. Forse non abbiamo costruito sufficienti dighe sui nostri fronti, atte a salvaguardare quegli ambienti cristiani che, faticosamente decennio dopo decennio, erano stati edificati dalle generazioni di credenti che ci hanno preceduto.
La mia, lungi dall'essere un'analisi pessimista e tanto meno rassegnata, vuole restare semplice constatazione di una realtà che possiamo "leggere" con una certa facilità nei segni dei nostri tempi. Questo non ci impedirà certo di "prendere il largo", ma è bene ricordare che la nostra navigazione sul mare della storia di questo periodo a cavallo di due millenni è un navigare non su acque tranquille, ma agitate. L'importante allora è tenere ben fermo il timone e spiegare le vele nella giusta direzione.
Proprio il carisma specifico del Vicario di Cristo, di confermare nella fede i fratelli (cfr. Lc 22, 32), quale timoniere nella grande nave che è la Chiesa, ci è venuto particolarmente in aiuto con lo scritto Novo Millennio Ineunte, che dovrebbe rappresentare una sorta di carta di navigazione nel mare agitato della nostra civiltà.

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3.   
Il Signore Gesù nel Vangelo usa un'espressione molto forte per caratterizzare tempi burrascosi, molto distanti da Lui, che i Papi di questi ultimi decenni hanno ripreso e citato più volte, quasi intravedendo in quella predizione di Cristo una certa realizzazione all'interno della storia dei nostri tempi.
Mi riferisco alla celebre e misteriosa espressione: " il Figlio dell'uomo quando verrà troverà la fede sulla terrà?" (Lc 18, 8). Crederei che la ragione ultima della diminuzione di vocazioni e di una certa flessione della vita cristiana in generale, come nel Continente Europeo - dove una volta il cristianesimo era così fiorente di vocazioni - risieda proprio nel fatto che la nostra fede abbia avuto momenti di debolezza, abbia subito come un sorta di rallentamento; quasi avessimo paura che la potenza di Cristo e del Vangelo non riesca a sufficienza a contrastare il mondo, le sue provocazioni e la sua forza di persuasione.
Penso all'episodio evangelico dove Gesù nella barca dorme, mentre il mare è in tempesta, e agli apostoli impauriti viene meno la fede nella presenza provvida del Signore (cfr. Mt 8, 24-27). In così breve spazio di tempo quasi dimenticano tutti i miracoli visti e i benefici ricevuti dal Salvatore, e lo stesso potere illimitato che Egli ha sulla natura. Nel terrore di affondare, sommersi da quelle onde impetuose, cominciano a gridare, non riescono a pregare il Maestro, ma lo rimproverano (cfr. Mc 4, 38), come se avessero angoscia di non essere più ascoltati, come se tutto fosse oramai perduto.
Anche noi dinanzi alle onde alte delle sfide epocali che si abbattono implacabili sul nostro naviglio e sembrano superarci, siamo tentati di abbandonare la speranza, di lasciarci andare ad un'analisi fredda, puramente sociologica, di una situazione, quella della scristianizzazione, che sembra assumere i caratteri di irreversibilità: davanti al diminuire delle vocazioni, all'invecchiamento progressivo del Clero, al non sufficiente ricambio con forze fresche e nuove schiere di consacrati all'interno di Ordini gloriosi come il vostro, ci sentiamo spiazzati, arrivando addirittura a pensare, come gli apostoli angosciati, che forse andremo a fondo.

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Si, è vero, andremo a fondo di sicuro se il Signore non fosse con noi ma Lui ci ha promesso: "Ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Mt 28, 20).
"Io sono con voi"! Sì, Lui è sempre con noi, ma è altrettanto vero che anche noi siamo sempre con Lui? E' quanto il Signore rimprovera ai discepoli impauriti, sballottati da quel mare in tempesta: "Perché siete paurosi? Non avete ancora fede?" (Mc 4, 40). E, in un'altra occasione, dice loro: "Se aveste fede come un granello di senapa, potreste dire a questo gelso: 'togli le radici da questo terreno e vai a piantarti nel mare', ed esso vi ascolterebbe" (Lc 17, 6).
Vediamo in questa testimonianza del Vangelo, come in tante altre, che c'è un intima connessione tra la fede in Cristo e la preghiera, tra il credere in Lui ed il restare insieme con Lui. La fede si manifesta attraverso la preghiera, la quale a sua volta nutre la fede dell'orante. Una fede che non diventasse preghiera fiduciosa, dialogo di amore con Dio, resterebbe sterile, mentre una fede che si fa preghiera è feconda di ogni sorta di frutti spirituali, tra cui le vocazioni.
E' un fatto che possiamo constatare facilmente nelle nostre realtà cristiane: dove diminuisce la fede diminuisce la preghiera e viceversa! C'è, infatti, tra fede e preghiera una sorta di rapporto di causa-effetto e di effetto-causa.
In altre parole anche la preghiera, come accennavo prima, diventa la causa di un fede più robusta. Ecco perché, ad un certo punto, i discepoli, affascinati dalla radiosità della Persona di Gesù che pregava e consapevoli della loro incredulità, supplicano il Signore Gesù: "insegnaci a pregare!" (Lc 11, 1)


4.   
Direi che proprio sulle vocazioni si misura, in un certo senso, la robustezza della nostra fede e della nostra preghiera. Questo non può certo diventare un parametro assoluto, ma se guardiamo al Vangelo non possiamo che constatare questo rapporto stretto. Il Vangelo chiede, infatti, la sollecitudine della nostra preghiera - e quindi della nostra obbedienza di fede -, per la realizzazione del comando del Signore, che è come il cuore di ogni pastorale vocazionale: «Rogate, ergo Dominum messis» (Mt 9,38).

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Se gli operai della messe mancano, se le nostre comunità, che una volta erano fiorenti, oggi annaspano a causa della scarsità delle vocazioni, allora dobbiamo avere l'umiltà di riconoscere, che c'è stato qualcosa tra noi che non ha funzionato, che l'unione mirabile "fede-preghiera" deve essere ristabilita ai livelli originali.
C'è anche la tentazione di attribuire la causa della scarsità di vocazioni allo Spirito Santo, come se il Signore volesse guidare la Chiesa su un altro cammino e noi ne fossimo già così convinti da non intraprendere quasi più nulla per promuovere le vocazioni. Questo "errore fatale" porta a considerare la pastorale vocazionale non più prioritaria ma bensì secondaria, anche nell'ambito della pastorale giovanile.
Il fiorire delle vocazioni è sempre stato il segno, nei venti secoli di cristianesimo che abbiamo alle spalle, di vitalità e di conseguente crescita della comunità cristiana, di vigore nell'autentico spirito ecclesiale e di benedizione del Cielo. A queste comunità cristiane era ben chiaro il rapporto diretto che intercorre tra la fede e la preghiera per le vocazioni, che solo lo Spirito Santo è capace di suscitare nel loro interno, secondo quanto promesso da Gesù nel Vangelo.
Il Santo Padre Giovanni Paolo II ci riporta all'attenzione di questo dato, che non può essere assolutamente dimenticato o tenuto in scarsa considerazione, se vogliamo "ripartire da Cristo" per la promozione di un'efficace pastorale vocazionale; Egli ci dice che "tutta la comunità deve procurare le sue vocazioni, come segno della sua vitalità e maturità".
Mi permetto di citare, più ampiamente, questo intervento del Sommo Pontefice ai Vescovi colombiani, in visita ad limina nel 1985, nel quale Egli richiamava alcuni passaggi del decisivo incontro di Puebla del 1979, tra cui quelli incentrati sulle vocazioni:
"Senza dubbio questo fiorire delle vocazioni è frutto della preghiera umile, fiduciosa e perseverante. Per questo Cristo, dopo aver contemplato il vasto campo, l'abbondanza della messe e la scarsezza degli operai, ci ha comandato: "Pregate il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe" (Lc 10,2). E' così che le vostre Chiese diocesane hanno messo in pratica l'esortazione di Puebla (n. 882) di promuovere campagne di preghiere, coscienti

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che "la vocazione è la risposta di Dio provvidente alla comunità orante". Questa risposta è anche il frutto di una pastorale vocazionale rinnovata, dinamica, inserita nella pastorale nel suo insieme, che porta a convincere tutta la comunità cristiana del suo dovere in campo vocazionale: "Tutta la comunità deve procurare le sue vocazioni, come segno della sua vitalità e maturità" (Puebla, discorso inaugurale).
Questo impegno comunitario alla preghiera per le vocazioni, che il Papa chiama "campagne di preghiere", ben lo hanno realizzato i Vescovi dell'America Latina. Ad esempio in Messico, da dieci anni, dopo ogni Santa Messa è pregata ovunque una speciale preghiera per chiedere a Dio nuove e sante vocazioni. Tale devozione era già stabilita in questa Nazione ma dopo la visita del Papa nel 1979, questa preghiera si è diffusa in ogni parrocchia, in ogni monastero, in ogni comunità cristiana. A tale preghiera il Santo Padre, come abbiamo letto, attribuisce il fiorire delle vocazioni in quel Continente, che non a caso è chiamato il Continente della speranza, anche per via di questa fioritura.


5.   
A questo punto mi permetto di riallacciarmi, come accennavo prima, alla Lettera Apostolica Novo Millennio Ineunte, che indica alla Chiesa il percorso da seguire per navigare nella giusta direzione, in questo mare inquieto del tempo che viviamo.
Il Papa lo fa, appunto, prendendo come icona di riflessione il celebre episodio dei discepoli che andarono a pescare ma non presero nulla (cfr. Lc 5, 5).
Siamo di nuovo, cari amici, sul mare, o meglio sul Lago di Tiberiade. Ascoltiamo cosa dice Giovanni Paolo II a commento di questo miracolo operato da Gesù, dove troveremo quella vitale congiunzione tra fede e preghiera di cui parlavo prima. Vale veramente la pena di leggere questo paragrafo n. 38 della Lettera Apostolica, nell'ottica e nella dinamica della riflessione odierna sulla pastorale vocazionale:
"Certo, Iddio ci chiede una reale collaborazione alla sua grazia, e dunque ci invita ad investire, nel nostro servizio alla causa del Regno, tutte le nostre risorse di intelligenza e di operatività. Ma guai a dimenticare che "senza Cristo non possiamo far nulla" (cfr. Gv 15,5).

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La preghiera ci fa vivere appunto in questa verità. Essa ci ricorda costantemente il primato di Cristo e, in rapporto a lui, il primato della vita interiore e della santità. Quando questo principio non è rispettato, c'è da meravigliarsi se i progetti pastorali vanno incontro al fallimento e lasciano nell'animo un avvilente senso di frustrazione? Facciamo allora l'esperienza dei discepoli nell'episodio evangelico della pesca miracolosa: "Abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla" (Lc 5,5). È quello il momento della fede, della preghiera, del dialogo con Dio, per aprire il cuore all'onda della grazia e consentire alla parola di Cristo di passare attraverso di noi con tutta la sua potenza: Duc in altum! Fu Pietro, in quella pesca, a dire la parola della fede: "Sulla tua parola getterò le reti" (ibid.). Consentite al Successore di Pietro, in questo inizio di millennio, di invitare tutta la Chiesa a questo atto di fede, che s'esprime in un rinnovato impegno di preghiera." (Giovanni Paolo II, Novo Millennio Ineunte, n. 38 )
Sono parole forti e chiare come si addice a quei messaggi che sono destinati a marcare il passo del Popolo di Dio in cammino, che è introdotto nel Nuovo Millennio da questo appello centrale del Vicario di Cristo che invita "tutta la Chiesa a questo atto di fede, che s'esprime in un rinnovato impegno di preghiera."
Colui che detiene il Primato della verità nella Chiesa è anche colui che ci ricorda un altro primato, quello della preghiera che "ci fa vivere appunto in questa verità (cioè che "senza di Cristo non possiamo far nulla"). Essa ci ricorda costantemente il primato di Cristo e, in rapporto a lui, il primato della vita interiore e della santità".
Quando i principi fondamentali che soggiacciono ad ogni legge, o disciplina di governo, o qualsiasi sistema organizzato, etc… non sono rispettati allora sopravviene il caos, il disordine, la confusione.


6.   
Il richiamo perentorio che la Novo Millennio Ineunte fa al rispetto e al ritorno dell'applicazione dei principi fondamentali del Vangelo è limpido e semplice. Non dobbiamo girarci intorno ma eseguirlo, proprio come gli apostoli fanno, dopo il fallimento della loro pesca senza pesci, obbediscono al comando del loro Maestro, consentono, come dice il Papa "alla parola di Cristo di

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passare attraverso di loro con tutta la sua potenza: Duc in altum"! Solo così la loro e la nostra pesca diventa piena di pesci.
A volte la parola della Verità non riesce a passare attraverso i nostri cuori perché li trova ostruiti, come induriti. Quando nel cuore fisico si crea un'ostruzione nei canali vitali, dove passa il sangue, allora c'è un black-out, c'è l'infarto e può sopraggiungere la morte. Quando il cuore spirituale del credente si chiude al passaggio della parola di Cristo, disobbedendole, allora c'è un black-out dello spirito, si paralizza la vita interiore, perché il principio "obbedienza di fede" non è stato rispettato.
Anche per gli apostoli c'era il rischio che la loro mentalità, le loro opinioni ed esperienze li inducessero nella tentazione di fare resistenza alla Parola di Gesù; soprattutto quando la sua Parola diventava esigente di una fede maggiore, per una logica tutta divina che sfugge alla logica umana, e addirittura a volte la scandalizza.
Penso, qui, al famoso Discorso Eucaristico di Cafarnao quando, potremmo dire, avviene il primo scisma nella comunità di coloro che seguivano Gesù. Molti se ne vanno per la loro strada (cfr. Gv 6, 66), preferendo mantenere le loro rigide posizioni intellettuali, le loro fredde logiche davanti alle provocanti parole di Cristo sull'Eucarestia, piene di luce abbagliante per la miopia umana.
Il Vangelo ci dice che questi discepoli erano convinti che il linguaggio di Gesù fosse diventato troppo duro (cfr. Gv 6, 60); invece, era vero il contrario, il loro cuore si era indurito, ostruito dall'orgoglio intellettuale che non è disposto a retrocedere, ad ammettere di aver voluto costruire più su stesso e sulle proprie risorse umane che su Cristo. Quando il primato di Cristo non viene rispettato l'uomo deraglia dal binario che lo conduce alla verità e va via per le sue strade che non portano a nulla.
Pietro ha avuto il coraggio di fare marcia indietro, lo abbiamo visto diverse volte nel Vangelo. Anche a Cafarnao, lui aveva il coraggio della verità, cioè l'umiltà di riconoscerla e di testimoniarla con la vita "Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e abbiamo riconosciuto che tu sei il santo di Dio" (Gv 6, 68-69).

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Cari amici e fratelli nel sacerdozio di Cristo, immaginarsi un avvenire triste, derivante da una sterilità spirituale che diventa più visibile con il venir meno delle vocazioni, non sarebbe certo in sintonia con lo Spirito Santo che è invece fecondità, gaudio della vita donata liberamente a Colui da cui si è ricevuta la libertà stessa di darla.
Se c'è una tristezza che ci viene consentita nell'ambito della pastorale vocazionale, direi che è solo quella che può aver provato Gesù davanti al giovane ricco che rifiuta un amore più grande (cfr. Mc 10, 12). Gesù lo guarda andar via triste; malgrado l'amore rivelato a quel giovane, attraverso la chiamata divina alla sequela Christi, l'egoismo ha avuto la meglio. Anche lui se ne andò per le sue strade, ci narra il Vangelo, perché era ricco (cfr. Mc 10, 22b), egli voltò le spalle a Gesù e si allontanò.


7.   
Fino a questo punto abbiamo riflettuto, su un piano preminentemente spirituale, sull'importanza della fede e della preghiera nel campo vocazionale. Ora vorrei brevemente accennare, anche su un piano pratico, ad alcune domande operative che ci potremmo a questo punto porre e che in un certo senso sono d'obbligo.
Infatti, accanto allo sforzo di una fede più viva e di una preghiera più profonda ed estesa ad ogni comunità, per ottenere da Dio numerose e sante vocazioni, c'è anche da rivolgere la dovuta attenzione all'aspetto, direi, apostolico-missionario: come ci accostiamo ai giovani, quale entusiasmo, gioia e amore per la nostra vocazione testimoniano loro? Siamo fino in fondo coscienti che non si può trasmettere ciò che non si ha? Come potremmo noi pretendere di raccogliere frutti dove non si è seminato?
Ci sono tanti, troppi giovani, che crescono oggi senza quasi più alcuna nozione elementare di catechesi, di istruzione religiosa di base, una volta molto più accessibile che ai tempi odierni. E' inimmaginabile pensare che un giovane, che non sa nulla di Cristo, possa entrare in un convento senza un intervento speciale che Dio riserva però solo a pochi.
Dagli Oratori, dalle missioni popolari, dalle famiglie oranti, dai seminari e dai monasteri che vivevano la gioia e l'entusiasmo per la

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Persona di Gesù e per la sua chiamata al sacerdozio e alla vita consacrata, sono uscite innumerevoli vocazioni. Queste vocazioni sono state attirate a seguire Gesù sentendo parlare di Lui, "vedendolo" attraverso gli occhi radiosi di letizia e serenità di altri discepoli, scorgendolo dietro le grate dei monasteri che elevavano a Dio la loro corale preghiera, come degli angeli su terra.
Non ci si deve illudere allora che il segreto della pastorale vocazionale sia una questione di metodo. Non è il metodo ma è la sostanza che occorre innanzi tutto: fede, preghiera, entusiasmo e gioia di vivere la propria vocazione, sono ingredienti sostanziali e non accessoriali, che vanno accompagnati alla fede e alla preghiera perseverante di tutta la comunità per una rinnovata e dinamica pastorale vocazionale.
Il Santo Padre nel Documento dedicato alla vita consacrata, espone chiaramente il suo pensiero a tale proposito:
"Oltre a promuovere la preghiera per le vocazioni, è urgente impegnarsi, con un annunzio esplicito ed una catechesi adeguata, per favorire nei chiamati alla vita consacrata quella risposta libera, pronta e generosa, che rende operante la grazia della vocazione. L'invito di Gesù: «Venite e vedrete» (Gv 1, 39) rimane ancora oggi la regola d'oro della pastorale vocazionale. Essa mira a presentare, sull'esempio dei fondatori e delle fondatrici, il fascino della persona del Signore Gesù e la bellezza del totale dono di sé alla causa del Vangelo. Compito primario di tutti i consacrati e le consacrate è dunque quello di proporre coraggiosamente, con la parola e con l'esempio, l'ideale della sequela di Cristo, sostenendo poi la risposta agli impulsi dello Spirito nel cuore dei chiamati." (Vita consecrata, n. 64)
Pensando alla situazione mondiale della distribuzione delle vocazioni, il Santo Padre, nella stessa Esortazione Apostolica, scrive "capita così che, mentre le vocazioni alla vita consacrata fioriscono nelle giovani Chiese e in quelle che hanno subito persecuzione da parte di regimi totalitari, scarseggiano nei paesi tradizionalmente ricchi di vocazioni anche missionarie." (ibidem, n. 63)


8.   
Credo che questa è anche la vostra esperienza ed è ciò che ci spinge allora a riprendere fiduciosi il cammino. Gesù, a causa di

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quel giovane ricco che non ha voluto seguirlo, non si è rassegnato, non ha rallentato il passo gioioso della pastorale vocazionale, ma ha proseguito ed ha incontrato altri che lo hanno generosamente accolto.
Anche nella nostra vita personale probabilmente ci sono state fasi di rallentamento, se non proprio di arresto, nel proporre con coraggio ed entusiasmo la chiamata alla sequela Christi.
Posso dire che anch'io mi sono a volte domandato se non avessi potuto fare di più per favorire e stimolare una risposta totale a Gesù da parte di qualcuno, che la Provvidenza Divina aveva messo sulla mia strada e che forse sentiva, più di quanto immaginassi, un certo richiamo ad abbandonare tutto per il Signore.
Quando l'ho fatto, senza ovviamente fare pressione, ed ho offerto un aiuto di discernimento e accompagnamento a chi sentiva in cuor suo una possibile vocazione, il Signore mi ha premiato con tanta soddisfazione. Credo, infatti, che non ci sia una più grande gioia per un sacerdote di quella sperimentata quando un altro giovane ti ringrazia per il coraggio che gli hai trasmesso nel seguire Gesù come gli apostoli.
Ogni discepolo del Signore, che ha lasciato tutto per seguirlo, sia esso un sacerdote o un consacrato, è stato investito dall'amore di Dio, come Giovanni ed Andrea è "andato e ha visto" dove abita il Maestro (cfr. Gv 1, 39), sentendo posarsi su di lui lo sguardo di predilezione divina. Questo discepolo è chiamato egli stesso a farsi canale aperto dell'amore elettivo di Dio, affinché coloro che incrociano il suo sguardo possano sentire in lui la gioia e l'entusiasmo di sapersi amati dall'unico e comune Signore della vita.
Quando Andrea comunicò a Simone suo fratello che aveva incontrato l'atteso Messia, il suo entusiasmo e il suo sguardo radioso ebbero di sicuro un formidabile impatto sull'animo di Simon Pietro (cfr. 1, 40-42); non mi sembra esagerato dire che grazie a quella "mediazione" per Simon Pietro iniziò il cammino vocazionale.
Di queste "mediazioni vocazionali" la storia della Chiesa e dei suoi santi ne conta innumerevoli. Quante volte, infatti, abbiamo letto nella biografia di uomini e donne di Dio il decisivo ruolo che è stato rivestito da coloro che hanno vissuto sino in fondo la loro vocazione e sono diventati modello di vita per altri. Forse, anche per noi che siamo

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qui, l'apporto di un tale mediatore è stato fondamentale per il nostro sì totale a Dio.
Nessun programma e nessuna metodologia potrebbe mai sostituire il contributo personale, che siamo chiamati a dare con il nostro esempio, per la pastorale vocazionale. Certamente tanto possono fare le famiglie e gli educatori più prossimi ma è insostituibile, per il giovane che si sente chiamato da Dio, l'esempio del ministro ordinato, del consacrato o della consacrata, che incontra sul suo cammino. A questo esempio, vanno poi affiancati i vari sussidi che la Chiesa ci offre, sussidi oltre che di metodo anche di studio, come di recente ho avuto occasione di presentarne uno, a cura del Centro Internazionale Vocazionale Rogate, che ha prodotto quest'anno il Dizionario di Pastorale Vocazionale.
Guai, se le possibilità che la divina provvidenza ci mette a disposizione non venissero pienamente sfruttate! "Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date" (Mt 10, 8), il richiamo del Vangelo di Matteo è quanto mai attuale e appropriato anche nel contesto della pastorale vocazionale e vale per ogni opera suscitata dallo Spirito nella Chiesa.
La mentalità del giovane ricco non può certo diventare la mentalità dei discepoli di Cristo; forse anche questa è la ragione per cui Gesù, davanti alle perplessità degli apostoli sulle esigenze del Regno, dichiara: "quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel Regno di Dio". (Mc 10, 23)
La povertà di spirito è un'altra nota distintiva per la riuscita della pastorale vocazionale; in altre parole, i chiamati devono sentire in noi, che siamo stati già eletti dal Signore, oltre alla fede nel suo amore, all'entusiasmo e alla gioia per la nostra vocazione, anche una grande umiltà e disponibilità al servizio.
La Chiesa infatti non è una nostra creazione, così come gli Ordini religiosi, le Comunità e i Movimenti cattolici, le Parrocchie e le Diocesi, tutto è a servizio del Regno di Dio.
Parlando della logica dei potenti del mondo, e contrapponendola a quella del Regno, Gesù dice agli apostoli "non sarà così tra voi; ma chi fra voi vuol diventare grande sarà vostro servo, e chi fra voi vuole essere al primo posto si farà vostro schiavo" (Mt 20, 26-27).

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XIII SINODO ORDINARIO DELL'ORDINE CISTERCENSE
Roma, 24-30 settembre 2002

Il fascino dell'autentica umiltà unita alla fede, oserei dire, che è irresistibile. Lo possiamo misurare, ad esempio, proprio sulla Persona del Santo Padre Giovanni Paolo II. Le fatiche, gli acciacchi e gli incidenti hanno provato e piegato il suo fisico ma anche esso, alla fine, diventa icona di un'umiltà vissuta e testimoniata dal Vicario di Cristo. Si realizza anche qui, infallibilmente, la parola di Dio "quando sono debole è allora che sono forte" (2 Cor 12, 10).


9.   
E qui, per concludere, mi riallaccio alle parole iniziali: davanti all'apparente supremazia del "non senso", del "vuoto", della cultura della morte, non ci si può rassegnare, ma si deve opporre con determinatezza la cultura del Vangelo della vita!
Ritornare a mettere il Vangelo al centro della nostra vita personale e comunitaria, è la riforma di ogni riforma.
"Senza di me non potete fare nulla" (Gv 15, 5), incontrovertibile è questa sentenza. A nulla varrebbero i nostri sforzi - come ci ammonisce il Santo Padre - se non ripartissimo da Cristo; ed allora è questo "il momento della fede, della preghiera, del dialogo con Dio, per aprire il cuore all'onda della grazia e consentire alla parola di Cristo di passare attraverso di noi con tutta la sua potenza: Duc in altum!" (NMI, n. 38)
Con queste parole della Novo Millennio Ineunte, attinte dal brano evangelico della pesca miracolosa (cfr. Lc 5, 7), vorrei concludere questa relazione, augurando al vostro Ordine, splendente di figure eminenti per santità di vita, a cominciare dal grande Maestro San Bernardo di Chiaravalle, una pesca miracolosa ricca di vocazioni alla vita contemplativa, per un avvenire tutto gioioso, "come si gioisce quando si miete" (cfr. Sal 126, 6).
Affinché tale auspicio diventi realtà, vogliamo pregare. Il Cardinale Paskai di Budapest, di cui sono stato Ausiliare, dice spesso che "non basta predicare sull'importanza della preghiera per le vocazioni, ma bisogna anche pregare".
Perciò mi permetto ora di invitarvi ad unirvi a questa preghiera per le vocazioni, che si prega in Messico al termine di ogni Santa Messa, e che adesso dedichiamo specialmente al vostro Ordine:

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Csaba Ternyák
RIPARTIRE DAL VANGELO PER DARE PRIORITA' ALLA PASTORALE
VOCAZIONALE

"O Gesù Pastore eterno delle anime, degnati di guardare con occhi di misericordia a questa porzione del tuo amato gregge. Signore, piangiamo come orfani, dacci vocazioni di sacerdoti e religiosi santi, te lo chiediamo per intercessione della Vergine Immacolata, Maria di Guadalupe, tua dolce e santa Madre. O Gesù, dacci sacerdoti e religiosi secondo il tuo Cuore". Amen!







































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